LA MOSTRA

Un palazzo del 1300 del centro storico di Taormina, quello dei Duchi di Santo Stefano, sullo sfondo un panorama mozzafiato con il golfo di Naxos e l’Etna fumante, ha ospitato dal 14 al 21 luglio la mostra #SaveBorsalino, che per la prima volta lascia la città di Alessandria per celebrare l’edizione gold di Taomoda, la più importante rassegna del Centro Sud Italia che coniuga fashion, design, arte e cultura. Un impegno che Taomoda ha voluto premiare insignendo la città di Alessandria e La Stampa del Tao Award 2018 per la Tutela della Cultura e della Moda Made in Italy, che sarà conferito sabato 21 luglio nel suggestivo Teatro Antico di Taormina durante il Gala della Moda nella notte dei Tao Awards.

La Borsalino esiste, ad Alessandria, da 160 anni. A metà dicembre scorso è stato lanciato l’hashtag #saveBorsalino per continuare la storia di un’azienda che annovera 130 dipendenti. E’ stato Riccardo Guasco, conosciuto e apprezzato artista, a innescare la mobilitazione, sostenuta poi dal quotidiano La Stampa, per salvare la fabbrica di Spinetta dove i famosi cappelli sono creati artigianalmente, uno a uno.

A curare l’allestimento nello storico edificio taorminese sono stati gli architetti Claudio Grasso e Federica Miranda. Ieri il taglio del nastro, in concomitanza con l’opening della Taomoda Week 2018, della presidente di Taomoda, la giornalista Agata Patrizia Saccone, insieme con l’assessore della Regione Siciliana assessorato Sport e Turismo Sandro Pappalardo, il presidente della Camera Buyer Italia Mario Dell’Oglio, il top buyer Franco Parisi, la giornalista Rai Paola Cacianti.

 

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(ANSA) – La Borsalino con i suoi 160 anni di storia, potrà avere ancora un roseo futuro nel mercato globale grazie all’offerta di acquisto all’asta fallimentare da parte della società Haeres Equita di Philippe Camperio, l’imprenditore italo-svizzero che dal 2015 ad Alessandria, sede del cappellificio, la prese in affitto mentre era in grave crisi, a causa del maxi crac del suo maggior azionista, l’imprenditore astigiano Mauro Marenco.

La storia del fondatore del marchio Giuseppe Borsalino è stata consegnata ai posteri con un libro che vuole raccontare, tra ricerca e fantasia, la parabola de “L’Uomo che conquistò il mondo con un cappello”.

Giuseppe Borsalino ha vissuto tra il 1834 e il 1900, un periodo in cui ad Alessandria, nel Piemonte, in Italia e in Europa, il progresso industriale s’intrecciava a quello economico e sociale. ‘U siur Pipen’, nato in una famiglia umile in provincia di Alessandria, era un tipo “ribelle, vivace e irrequieto, poco avvezzo agli studi ma straordinariamente intelligente”. Apprese il mestiere di cappellaio da un artigiano locale e andò ad affinarsi in Francia, partendo con pochi spiccioli in tasca e tanta determinazione. La sua forza fu quella di non dimenticare mai le proprie origini e così tornò in Italia e fondò con la famiglia un’impresa di cappelli. Il 4 aprile 1857 aprì in via Schiavina, ad Alessandria, un piccolo laboratorio specializzato nella produzione di cappelli in feltro. Il laboratorio crebbe rapidamente fino a diventare industria e nel 1888 l’azienda si trasferì nella nuova manifattura di corso Cento Cannoni, progettata da Arnaldo Gardella. Alla vigilia della prima guerra mondiale Borsalino produceva due milioni di cappelli l’anno, facendo da traino all’economia della città piemontese. Ma Giuseppe ha progetti più ambiziosi e volle conquistare il mondo.

All’estero Borsalino conquistò mercati strategici come quello della City londinese con le sue bombette e quello statunitense a Hollywood. Negli anni però la produzione iniziò a ridursi e il ridimensionamento dell’azienda non tardò ad arrivare.

Da sempre i cappelli Borsalino sono legati al mondo del cinema. In Casablanca, il capolavoro interpretato da Humphrey Bogart, è calato sulla testa dell’amato divo per gran parte del film. Il cappello Borsalino dà un tocco d’autore ai film di Fellini e compare in innumerevoli film, fra cui lungometraggi Borsalino e Borsalino & co. con Alain Delon. Robert Redford, nelle pagine iniziali del libro regala una testimonianza del suo amore per la creatività italiana, scrivendo una lettera agli eredi dell’azienda.

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